Supergiovane Presenta

22 giugno 2019 stecca 3.0, milano

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Presentazione a cura di Giuseppe Frangi

Si coglie un bello spirito in questa apparizione collettiva estemporanea. Mi piace parlar più di apparizione che di mostra, perché ha il tempo, che giudico felice, di un mordi e fuggi. Un qualcosa che si dissolve dopo poche ore e che rinuncia alla prosopopea che ogni mostra porta inevitabilmente con sé. È un’incursione organizzata, nel cuore della Milano che piace (e che si piace anche troppo…), pensata per portare un imprevisto, magari (lo spero) un po’ di disordine felice. Un disordine destinato inevitabilmente a sorprendere (o magari anche a deludere: c’è sempre una quota di incognite, assolutamente salutari!, in tentativi come questi). C’è infatti una bella componente anarchica in questo assemblage di opere e di artisti, che pur hanno evidentemente cercato, ciascuno, una ragione, una logica nello stare insieme: niente curatore, niente parole d’ordine se non quella allegra e anche un po’ canzonatoria che dà il titolo a questa installazione collettiva. Eppure si avverte che mettersi insieme non è stata una fatica: evidentemente sono scattati degli automatismi, facilitati dalle reciproche frequentazioni e da una dimensione di simpatia per il lavoro degli altri che ha facilitato il montaggio di questa “non mostra”. La quale ha dovuto tra l’altro misurarsi con una condizione curiosa: rinunciare (o quasi) ai muri e dedicarsi a un rapporto tutto orizzontale con il pavimento.

Mi vien innanzitutto da evidenziare il tono rigoglioso, più estivo che primaverile (del resto siamo al giorno due dell’estate 2019), che unisce alcuni lavori: un irrompere della natura e dei colori, in modi anche estrosi, che si registra in lavori come quelli di Riccardo Gavazzi, di Matteo Negri, di Giulio Zanet o della coppia Bn+. Se la natura è il fattore che vuole definire la nuova Milano appena oltre la porta dello spazio Stecca (c‘è il celebratissimo Bosco Verticale e c’è la Biblioteca degli alberi), gli artisti rispondono con piante, forme e colori, lasciati crescere senza gabbie o griglie progettuali. Più che in un parco siamo in una giungla urbana, dove non manca neppure l’ironia di una testa di tigre, con tanto di corona di schiuma (l’opera dei Bn+, abili come sempre a prendere in contropiede i materiali). C’è un che di selvatichezza, anche laddove domina una grande e ben controllata disciplina compositiva, come nelle nuove opere di Matteo Negri: la nuvola nera dipinta a grafite è una minaccia, ma forse con quel suo morbido nero finisce per mettere eccitazione al farsi largo delle foglie. Gavazzi immagina il suo bosco come se fosse vestito a festa, per una festa evidentemente stravagante e un po’ psichedelica. L’arazzo di Zanet sembra invece dipinto dopo aver raccolto e fatto colare i succhi spremuti dall’estate (e dai suoi frutti, per stare al titolo).

Dell’albero resta solo una vecchia trave nell’opera di Linda Carrara, che subisce una metamorfosi diventando marmo sulla testa. È un trompe l’oeil, ma in questo contesto sembra l’invenzione di un inedito lichene, generato da un corpo, il legno, che non si può mai dar per morto. È un biancore che ci porta al prezioso lavoro di Isabella Nazzarri, dove la superficie dipinta e candida alla fine collassa in modo dolce e imprevisto, creando una stratigrafia armonica, che tiene insieme acqua, aria, terra e fuoco. Tutto accade al margine del quadro. E il margine è anche il tema della installazione di Elisa Muliere: creature di fragile tenerezza, che si cercano, si studiano, si fiutano, con il brivido di chi si sta avventurando fuori dal proprio perimetro. Chissà se si avventureranno fino a stabilire un dialogo con le creature “stalagmitiche” di Kristian Sturi? Difficile a quale genere appartengano, se sono piante ridotte a minerali, o invece teneri moncherini. Certo non si resta indifferenti davanti a quella loro attrazione verso l’alto. Infine ci sono i due frame di Stefano Cozzi: lo sfondo è un prato, terreno di una partita tra bambini. Sono frammenti di maglie, di braccia di gambe, che ci raccontano l’implicito e lasciano fuori scena l’esplicito.

Quale chimica scatterà tra tutte queste opere? È una scommessa che intriga anche chi scrive (e scrive prima che l’allestimento sia realizzato). Intanto si può dar per certo che una chimica molto interessante si è già attuata: è quella che ha portato a questa libera “autoconvocazione”, che testimonia una necessità di incrociare relazioni e di uscire dai rispettivi gusci. Ma che realizza anche un insopprimibile desiderio di sperimentare un’avventura.

Supergiovane è un progetto nato a Milano nel 2018 da sei artisti italiani indipendenti, finalizzato all’incubazione e accelerazione di idee super di giovani artisti.

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